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Pozzo a Hammamet — Storia e analisi

Ciò che colpisce per primo in Puits à Hammamet è il calore che irradia dalla rovina illuminata dal sole al centro: una struttura logora, che sembra quasi sciogliersi nel paesaggio, i cui toni ocra e ruggine tremolano con il ricordo del calore. L'artista, Alexandre Roubtzoff, utilizza pennellate spesse e testurizzate per far sembrare il vecchio pozzo sia monumentale che fragile, come se potesse dissolversi di nuovo nella terra in qualsiasi momento. Il gioco di ombre e luci sulla superficie di pietra suggerisce un tardo pomeriggio, quando l'angolo del sole trasforma ogni crepa in una pozzetta di viola o oro.

Intorno alla rovina, forme verdi spinose—probabilmente cactus o agavi—ancorano la scena nel Nord Africa, mentre il blu distante e velato allude al mare o al cielo, attirando lo sguardo verso l'esterno e suggerendo il mondo oltre questo angolo tranquillo. Dipinta nel febbraio del 1948, quest'opera appartiene a una tradizione di paesaggi orientalisti che affascinò gli artisti europei alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo. La Tunisia, e in particolare Hammamet, attirava pittori in cerca sia della intensa luce mediterranea che delle tracce di antiche civiltà. Quando Roubtzoff dipinse questa vista, tali scene erano spesso raccolte da musei locali e mecenati privati desiderosi di preservare un patrimonio in rapida evoluzione.

Oggi, Puits à Hammamet è appesa al Musée Salies, la sua superficie tranquilla invita gli spettatori a immaginare le vite e le storie che un tempo si radunavano attorno a questo pozzo. Il silenzio del dipinto è il suo invito: guarda più da vicino, e le pietre iniziano a parlare.

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