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Carón 1876, MGS 001 — Storia e analisi

La prima cosa che colpisce l'occhio in Carón 1876, MGS 001 è il modo in cui la schiena muscolosa del vecchio traghettatore riempie il primo piano, il suo remo che taglia diagonalmente verso lo spettatore come se volesse invitarci a salire sulla barca. La luce, così attentamente dosata, mette in risalto i volti pallidi e spettrali dei suoi passeggeri—ognuno uno studio di rassegnazione o paura—mentre la texture viva dei capelli e del mantello di Caronte lo fa sembrare quasi corporeo di fronte alla loro spettralità. La riva del fiume, con l'erba intrecciata e le pietre sparse, ancorano la scena nel mondo dei vivi, anche mentre lo sguardo è attratto verso il regno ombroso e incerto dietro le figure.

La tavolozza di Böcklin—ocra smorzati, marroni e bianchi cenere—diffonde un silenzio sul momento, rendendo quasi udibile la distanza tra i vivi e i morti. Dipinta nel 1876, quest'opera appartiene a un periodo in cui artisti di tutta Europa si volgevano al mito e alla leggenda per sondare i misteri dell'esistenza e della mortalità. Böcklin, che lavorò alla fine del XIX secolo, faceva parte di una generazione affascinata dai confini tra realtà e sogno, vita e morte—un'affascinazione che trovò mecenati tra la borghesia istruita e collezionisti desiderosi di immagini che sfidassero le certezze razionali dell'epoca. Sebbene la storia abbia lasciato poche tracce del viaggio iniziale di questa tela in particolare, la sua presenza in una collezione moderna ci invita a soffermarci con quei passeggeri silenziosi, a meravigliarci del lavoro infinito del traghettatore e a chiederci cosa ci aspetti sulla riva lontana.

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