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Don Chisciotte che legge nella sua poltrona — Storia e analisi

Ciò che colpisce l'occhio per primo non è l'armatura o la lancia del leggendario cavaliere, ma la montagna di libri che minaccia di inghiottirlo. Qui, Adolf Schrödter ci presenta un Don Chisciotte non in battaglia, ma negli spasmi dell'ossessione, accasciato in una poltrona che lo fa sembrare minuscolo, circondato dagli strumenti della sua rovina. La luce cade nettamente sulla sua fronte corrugata e sul massiccio tomo che stringe, come se il mondo esterno fosse svanito, sostituito dai febbrili drammi della narrativa cavalleresca.

Ogni oggetto nella stanza—il casco logorato, la spada trascurata, le precarie pile di volumi—serve ad amplificare il senso di una mente completamente consumata. Anche il libro aperto ai suoi piedi, le cui pagine prendono vita con illustrazioni, suggerisce che per questo lettore il confine tra finzione e realtà è da tempo sfumato. Dipinta nel 1834, quest'opera appartiene a un periodo in cui gli artisti di tutta Europa si deliziavano con temi letterari, in particolare quelli che permettevano sia umorismo che introspezione psicologica. L'inizio del XIX secolo vide una rinnovata fascinazione per il Don Chisciotte di Cervantes, le cui illusioni offrivano uno specchio alle ansie dell'epoca riguardo alla ragione e all'immaginazione.

La scelta di Schrödter di ritrarre il cavaliere in un momento di lettura solitaria, piuttosto che nel bel mezzo di una famosa disavventura, segna un passaggio dalla narrazione eroica al dramma interiore—una tendenza condivisa dai pittori romantici e illustratori dell'epoca. Poco si sa del percorso di questa particolare tela, ma la sua presenza in una collezione moderna ci invita a soffermarci sui dettagli: il velluto logorato della sedia, il luccichio della bottiglia di vetro, l'energia inquieta di un uomo che lotta sempre contro i mulini a vento, anche quando è seduto a casa.

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