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Galline e piccioni — Storia e analisi

La prima cosa che colpisce nell'opera Galline e piccioni di Abraham de Haen the Younger è la postura orgogliosa, quasi teatrale, del gallo, il suo piumaggio bianco e nero che cattura gli ultimi raggi di luce del giorno. Intorno a lui si dispiega una dolce coreografia: le colombe beccano la terra, un gallina si trova nelle vicinanze e un altro uccello si posa nell'ombra sopra. Il pittore ci guida in un lento cerchio, dal becco cantore del gallo alle piume chiare della colomba che si nutre, poi verso l'alto, fino all'osservatore silenzioso sul davanzale.

La tavolozza è ricca di crepuscolo, le ombre si approfondiscono dietro gli uccelli e conferiscono una sensazione di calma e chiusura, come se il mondo trattenesse il respiro per un momento di pace nel pollaio. Dipinta in un momento compreso tra il 1730 e il 1748, quest'opera appartiene a una tradizione amata nel Nord Europa: la natura morta animale, un genere che fiorì nelle case di mercanti e proprietari terrieri che apprezzavano le immagini di abbondanza e ordine domestico. Tali dipinti erano più di una semplice decorazione; erano celebrazioni silenziose della vita rurale, promemoria dei cicli naturali che sostenevano la prosperità. Sebbene si registri poco su questa tela specifica, la sua presenza nel Museo Nazionale d'Arte, Architettura e Design la collega a una linea di artisti olandesi e fiamminghi che trovarono significato nel quotidiano.

Guarda di nuovo il piede sollevato del gallo e lo sguardo attento delle colombe: la scena è ordinaria, eppure la mano del pittore la rende silenziosamente significativa.

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