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Ornamento Egiziano No. 6 — Storia e analisi

Ciò che colpisce per primo nell'Ornamento Egiziano No. 6 di Owen Jones è il puro ritmo della ripetizione: ventiquattro quadrati, ognuno un mondo di motivi, ognuno uno studio su come la geometria e il colore possano pulsare di energia. La pagina è una sfilata di zigzag, griglie e linee labirintiche, tutte rese nella palette solare di ocra, blu, rosso e verde.

Alcuni motivi abbagliano con la loro regolarità serrata, quasi ipnotica, mentre altri invitano lo sguardo a vagare attraverso labirinti e motivi intrecciati. L'effetto è sia ordinato che esuberante: una grammatica visiva che allude alle antiche pareti e tessuti da cui sono stati tratti questi motivi. La cromolitografia accurata consente a ogni tonalità di rimanere distinta, ma l'armonia attraverso la pagina è inconfondibile — una testimonianza della convinzione di Jones nel linguaggio universale dell'ornamento. Questo piatto appartiene a un mondo in cui l'ornamento non era mera decorazione, ma una chiave per comprendere le civiltà.

A metà del XIX secolo, mentre l'archeologia rivelava le splendide pitture dell'Egitto, designer come Owen Jones cercavano di catalogare e rivivere questi motivi per una nuova era industriale. Il suo La Grammatica dell'Ornamento, pubblicato a Londra e qui visto in un'edizione del 1910 della Biblioteca Digitale Polona, divenne un punto di riferimento per architetti e artisti affamati di ispirazione e sistema. Il processo di cromolitografia, allora al suo apice, consentiva la riproduzione fedele del colore e della linea, rendendo queste opere strumenti didattici preziosi e oggetti di bellezza di per sé.

La storia ha conservato poche tracce degli artigiani individuali che per primi dipinsero questi motivi millenni fa, ma il loro lascito perdura — invitando gli spettatori a perdersi nella logica e nel gioco del design antico.

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