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SS. Giusta e Rufina — Storia e analisi

Nel 1817, la città di Siviglia commissionò a Francisco de Goya di dipingere i suoi santi patroni, Giusta e Rufina, per la cattedrale—un'eccezione rara in cui il feroce indipendente Goya accettò un incarico religioso alla fine della sua carriera. La scelta non fu un caso: Siviglia attribuiva alle due sorelle il miracolo di aver salvato la torre della Giralda durante il catastrofico terremoto del 1504. Goya, già un celebre pittore di corte, fu incaricato di onorare i protettori della città in un momento in cui la Spagna stava ancora riprendendosi dall'occupazione napoleonica e l'immagine religiosa era un punto di riferimento per l'orgoglio civico. Al centro di SS.

Giusta e Rufina, le due giovani donne stanno fianco a fianco, i loro sguardi calmi ma fermi. Goya sceglie il momento dopo la loro sfida: avendo rifiutato di adorare idoli pagani, sollevano in alto le pentole di argilla che erano sia il loro sostentamento che il simbolo del loro martirio. La torre della Giralda, rappresentata in miniatura ai loro piedi, ancorano la composizione e alludono alla loro leggendaria protezione di Siviglia.

Le mani intrecciate delle sorelle e la ceramica rotta ai loro piedi parlano sia della loro unità che della violenza del loro destino. A differenza delle rappresentazioni precedenti, come i santi dolci e quasi cherubini di Murillo, le figure di Goya possiedono una gravità psicologica—il suo caratteristico tratto di pennello conferisce loro un senso di reale e vissuto dolore. La storia successiva del dipinto è meno drammatica del suo soggetto. Dopo la sua installazione nella Cattedrale di Siviglia, SS.

Giusta e Rufina è rimasta per lo più in situ, ammirata dal clero locale e dai pellegrini piuttosto che dal mondo dell'arte più ampio. Si erge come una delle ultime grandi opere religiose di Goya, creata poco prima del suo esilio a Bordeaux. L'incarico segna un ritorno tardivo all'arte pubblica ed ecclesiastica, in contrasto con le opere private, spesso tormentate, dei suoi anni successivi.

Oggi, il dipinto rimane a Siviglia, un testamento sia alla devozione duratura della città sia alla capacità di Goya di infondere anche soggetti tradizionali con una profondità psicologica.

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