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Clizia (Ovidio, Metamorfosi, IV, 256-270), 1636- — Storia e analisi

Nel 1636, Peter Paul Rubens ricevette un grande incarico da Filippo IV di Spagna per creare una serie di dipinti mitologici per la Torre de la Parada, la residenza reale di caccia vicino a Madrid. Tra questi c'era Clizia (Ovidio, Metamorfosi, IV, 256-270), 1636-, un'opera che si distingue per la sua rara scelta di soggetto: la tragica ninfa Clytia, raramente rappresentata nell'arte rispetto ad altre figure di Ovidio. La fascinazione di Rubens per i miti della trasformazione e la sua capacità di dare vita a storie antiche trovarono un veicolo perfetto in questo dipinto, che probabilmente era destinato sia a deliziare che a istruire la corte del re. Rubens sceglie il momento in cui Clytia, consumata dalla gelosia e dal dolore, siede esposta e desolata, con lo sguardo fisso sul dio sole Apollo, che l'ha abbandonata per un'altra.

Secondo Ovidio, Clytia si consuma per nove giorni, il suo corpo radicato alla terra mentre lentamente si trasforma in un eliotropo, girando per sempre verso il sole. Nel dipinto, le sue spalle nude e i capelli selvaggi evocano vulnerabilità e desiderio, mentre l'inclinazione verso l'alto della sua testa e la luce dorata che bagna il suo volto suggeriscono la sua fissazione eterna su Apollo. La lussureggiante e vorticosa pennellata e la carne sensuale richiamano le mitologie precedenti di Rubens, ma l'isolamento emotivo di Clytia distingue quest'opera, ad esempio, dalle scene mitologiche più idilliache di Claude Lorrain, dove natura e figure si fondono in armonia. Il dipinto originale, creato per la corona spagnola, faceva parte di un più ampio schema decorativo che riuniva i talenti di Rubens e del suo atelier.

Sebbene il medium preciso non sia specificato, i dipinti di Rubens per la Torre de la Parada erano tipicamente eseguiti a olio su tela. Nel corso dei secoli, molte di queste opere sono state disperse o danneggiate, ma Clytia sopravvive come un testimone del potere narrativo di Rubens e del suo fascino duraturo alla corte spagnola. Oggi, rimane al Museo del Prado, dove continua a intrigare gli spettatori con il suo raro soggetto e l'intensità palpabile della sua narrazione.

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