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Il banchetto di Tereo — Storia e analisi

Poche opere del periodo barocco osarono catturare il shock del culmine del racconto di Ovidio con tanta audacia quanto Il banchetto di Tereo (Ovidio, Metamorfosi, VI, 647-674), dopo Peter Paul Rubens. Il momento che Rubens scelse di rappresentare—quando Filomela e Procne servono a Tereo la carne del suo stesso figlio—era così noto che, anche nel XVII secolo, raramente veniva tentato su tela. Quest'opera non è un autografo di Rubens, ma un pezzo di studio creato sotto la sua supervisione, basato su un originale perduto; la sua stessa esistenza testimonia l'appetito per il dramma mitologico tra i mecenati di Rubens negli anni '30 del Seicento. Il dipinto congela la storia nell'istante della rivelazione.

Tereo, re della Tracia, è seduto al tavolo del banchetto, ignaro di mangiare i resti di suo figlio Itys, che sua moglie Procne ha assassinato in vendetta per lo stupro e la mutilazione di sua sorella, Filomela. Filomela è pronta, reggendo la testa mozzata del bambino su un vassoio, il suo sguardo fisso su Tereo con un gelido aplomb. I ricchi abiti delle donne e il sontuoso banchetto contrastano con l'orrore dell'atto, intensificando il senso di indignazione e tradimento.

I gesti teatrali—il braccio teso di Procne, il repentino indietreggiare di Tereo—risuonano con l'intensità emotiva che si trova nel trattamento precedente di Ovidio da parte di Tiziano, ma la versione di Rubens è più diretta, quasi brutale, nella sua confrontazione con lo spettatore. Il percorso esatto di quest'opera di studio non è chiaro, ma appartiene a una serie di dipinti mitologici prodotti nell'atelier di Rubens ad Anversa alla fine degli anni '30 del Seicento, probabilmente per un mecenate erudito o aristocratico affascinato dalle storie più oscure dell'antichità. Sebbene la composizione originale di Rubens sia andata perduta, questa versione preserva la concezione drammatica e il linguaggio visivo che hanno definito le sue ultime mitologie. Oggi, il dipinto si erge come un testimone del potere duraturo delle storie di Ovidio e della capacità di Rubens—anche a un passo di distanza—di tradurle in scene che continuano a inquietare e affascinare.

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