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Ritratto di Maria Luisa di Parma (1751-1819) — Storia e analisi

Quando Francisco de Goya dipinse Ritratto di Maria Luisa di Parma (1751-1819) nel 1819, fu l'ultimo anno sia della vita della sua modella che della sua, entrambe lunghe e turbolente. Maria Luisa, un tempo regina di Spagna, era stata esiliata dalla corte che aveva dominato per decenni, mentre Goya, quasi sordo e sempre più disilluso, si stava preparando a lasciare la Spagna per sempre. Il ritratto si erge come un ultimo e teso incontro tra due figure che avevano plasmato e sopravvissuto ai tumultuosi eventi della corona spagnola, alle invasioni napoleoniche e alle fortune mutevoli della dinastia borbonica.

Il semplice fatto che Goya sia tornato a Maria Luisa come soggetto dopo la sua caduta in disgrazia ha portato alcuni storici a interrogarsi sulla natura della loro relazione e sulle intenzioni dell'artista in questi, i suoi ultimi anni in Spagna. Il dipinto cattura Maria Luisa non nella pienezza del suo potere, ma nel suo crepuscolo: il suo sguardo è diretto ma stanco, il suo abbigliamento è privo dell'ostentazione che caratterizzava i suoi ritratti precedenti. La pennellata di Goya è più sciolta, le forme meno idealizzate, come se gli anni avessero consumato sia la facciata regale che la lucidatura pittorica. Lo sfondo è sobrio, attirando l'attenzione sul volto e sulle mani della modella, quegli strumenti di comando e intrigo nel suo periodo di massimo splendore.

I suoi gioielli sono modesti, forse un cenno alle sue circostanze ridotte, mentre la sua espressione suggerisce sia dignità che rassegnazione. A differenza delle rappresentazioni precedenti e più formali della regina da parte di Goya, come in La famiglia di Carlo IV, qui l'artista sembra offrire un bilancio privato, più vicino nello spirito alle sue tardive Pitture Nere che alla grande maniera del ritratto di corte. La storia successiva di Ritratto di Maria Luisa di Parma (1751-1819) è meno documentata rispetto a quella delle principali commissioni reali di Goya. Non è chiaro per chi fosse destinato il dipinto, forse per la regina esiliata stessa, o come meditazione personale dell'artista.

Il medium dell'opera rimane incerto, una rarità tra i ritratti di Goya, e ha passato attraverso diverse collezioni private dal XIX secolo, riemergendo occasionalmente in cataloghi di mostre ma mai ancorato saldamente a una singola istituzione. Oggi, si erge come un toccante testamento della fine di un'era, sia per Goya che per la monarchia spagnola che osservò così spesso con occhio critico. La sua palette attenuata e la profondità psicologica lo contraddistinguono come parte dello stile tardivo dell'artista, un periodo in cui si volse sempre più verso l'interno, cronachando le ombre così come gli splendori della sua epoca.

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