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Concerto di Cupidi — Storia e analisi

Poche opere di Nicolas Poussin hanno suscitato tanta curiosità quanto Concerto di Cupidi, soprattutto perché il suo soggetto—putti che fanno musica—era un motivo preferito tra i collezionisti romani negli anni '20 del Seicento, eppure la versione di Poussin si distingue per la sua ambiguità giocosa. A differenza delle sue grandiose scene mitologiche, qui Poussin si rivolge a un tema più leggero, quasi malizioso, che alcuni credono sia stato dipinto per i circoli raffinati dell'entourage del cardinale Francesco Barberini. L'incarico preciso dell'opera rimane un mistero, ma è spesso collegato al gusto romano per le scene allegoriche di "concerto", allora in voga tra i mecenati in cerca di decorazioni argute e colte per le loro gallerie private.

I registri sopravvissuti dell'epoca menzionano un "concerto di amorini" di Poussin in una collezione romana alla fine degli anni '20, alimentando il dibattito su se questa sia la stessa opera. Al centro di Concerto di Cupidi, un gruppo di cherubini—nudi, paffuti e assorti—si raduna attorno a un insieme di strumenti musicali: un liuto, un violino e una piccola arpa. Un cupido strimpella, un altro suona il flauto, mentre un terzo sembra dirigere, la sua mano alzata riecheggia i gesti dei veri musicisti. Gli strumenti, resi con cura, simboleggiano armonia e forse il dolce disordine dell'amore, mentre le rose sparse e i nastri svolazzanti richiamano l'immaginario classico di Venere e del suo seguito.

La composizione di Poussin è attentamente bilanciata, le figure disposte in un dolce arco, i loro corpi pallidi brillano contro uno sfondo pastorale morbido. A differenza dei più sensuali Bacchanali di Tiziano, i cupidi di Poussin sono innocenti, la loro musica è un simbolo di delizia giovanile piuttosto che di festeggiamenti adulti. Il percorso fisico di Concerto di Cupidi non è completamente documentato, ma si crede che sia rimasto in Italia per gran parte della sua vita iniziale, passando attraverso diverse mani private prima di entrare in una collezione francese nel XVIII secolo. La sua attribuzione a Nicolas Poussin è stata messa in discussione, poiché scene simili sono state dipinte dai suoi contemporanei, ma l'analisi stilistica e i riferimenti archivistici hanno da allora confermato la sua paternità.

Oggi, il dipinto è riconosciuto come un esempio precoce e inventivo del periodo romano di Poussin, rivelando il suo ingegno e la sua adattabilità prima che si dedicasse alle grandi narrazioni che avrebbero definito la sua carriera successiva. Rimane una testimonianza del lato giocoso del Barocco, dove anche gli dèi dell'amore potevano essere colti nell'atto di fare musica.

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