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Il Bosco dei Suicidi: Le Arpie e i Suicidi — Storia e analisi

Quando William Blake intraprese le sue illustrazioni per la Divina Commedia di Dante nel 1824, era già gravemente malato, ma continuò a lavorare, producendo alcune delle sue opere più visionarie all'ombra della morte. L'incarico proveniva dal giovane artista e mecenate John Linnell, che sperava sia di sostenere Blake finanziariamente sia di vedere l'immaginazione del poeta-pittore anziano scatenata sulla grande epica italiana. Il Bosco dei Suicidi: Le Arpie e i Suicidi si distingue tra queste illustrazioni per la sua rappresentazione senza compromessi di uno dei cerchi più strazianti dell'Inferno di Dante, un tema raramente affrontato con tale intensità psicologica. In questa scena, Dante e la sua guida Virgilio entrano in una foresta contorta dove le anime dei suicidi, trasformate in alberi nodosi, soffrono per mano di mostruose arpie.

Blake sceglie il momento in cui un ramo spezzato sanguina e grida, rivelando il tormento dei dannati: gli alberi si contorcono in agonia, i loro volti distorti nella corteccia, mentre le arpie—parte donna, parte uccello—si posano minacciosamente sopra. Le forme nette e lineari e i lavaggi chiari concentrano l'attenzione sull'orrore e la pietà del momento; le artigli delle arpie si aggrappano ai rami, incarnando la punizione implacabile. A differenza delle incisioni successive di Gustave Doré, che enfatizzano la densità opprimente della foresta, la visione di Blake è spoglia, lo spazio è infestato dall'angoscia e dal soprannaturale. Il medium di quest'opera particolare è incerto; gli studiosi credono che possa essere acquerello con inchiostro, tipico della tecnica tardiva di Blake, ma i materiali esatti rimangono non confermati.

Come la maggior parte della serie di Dante di Blake, Il Bosco dei Suicidi rimase incompiuto alla sua morte nel 1827, ma il suo potere ha attirato attenzione da allora. L'illustrazione rimase con John Linnell e i suoi discendenti prima di entrare nelle collezioni pubbliche; oggi si trova nella collezione della Tate Britain. Come uno degli ultimi progetti di Blake, segna sia una culminazione della sua fascinazione per i mondi visionari che un testamento della sua unica sintesi di poesia e immagine.

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